Compulsività e craving

Quando non riesco a fermarmi.


Tutti noi abbiamo avuto momenti di compulsività, momenti nei quali non siamo riusciti a fermarci, a staccare la mente, ma abbiamo sentito un irrefrenabile desiderio di fare un'azione.

Azione che molto spesso si è rivelata non la più consona rispetto al nostro benessere.

Facendo esempi concreti riguardanti le relazioni, nell’irrefrenabile bisogno di inviare un messaggio desideroso di conferme, nel controllo degli accessi ai social network del partner, nelle risposte vaghe che deflettono il bisogno dell’individuo, nel non dare risposte per evitare di entrare in contatto, ecc.

Oppure quel desiderio irrefrenabile di mangiare la fetta di torta che è nel frigorifero, nel dover praticare a tutti costi la sessione di allenamento, nel non saper astenersi dall'uso di qualche sostanza o nel dover assolutamente acquistare un nuovo maglione.


Tutti esempio in cui possiamo vedere come lo stato di mancanza interno sia compensato da un’esperienza che arrivi dall’esterno.



Siamo nella compulsione quando c’è un comportamento incontrollabile che porta a compiere determinate azioni, con il fine di placare, seppur momentaneamente, l'ansia generata da una situazione. È un vero e proprio discontrollo degli impulsi, nel quale l’individuo non è in grado di fermarsi.

Quando il craving è al di sotto di una certa soglia rappresenta una condizione fisiologica normale per la più parte degli individui, mentre se supera una certa soglia compaiono intense e gravi alterazioni psicofisiche che portano l’individuo a pensare soltanto alla sostanza, oggetto o persona da cui è attratto.

Il craving rappresenta la principale causa di ricaduta per il dipendente, in quanto anche senza l’uso di sostanza, si possono “risvegliare” i circuiti neurali nei quali sono immagazzinate le memorie degli schemi comportamentali prodotti dalla sostanza (Carretti, La Barbera, Le dipendenze patologiche, Cortina Editore, 2005).


Secondo il DSM-V i disturbi da comportamento dirompente, del controllo degli impulsi e della condotta, sono caratterizzati da problemi di autocontrollo delle emozioni e dei comportamenti.


L’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive la dipendenza patologica come quella condizione psichica, e talvolta anche fisica, causata dall’interazione tra una persona e una sostanza tossica. Tale interazione determina un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione.

Le nuove dipendenze, o dipendenze senza sostanza, si riferiscono a una vasta gamma di comportamenti anomali: tra esse possiamo annoverare il gioco d’azzardo patologico, la dipendenza da TV, da internet, lo shopping compulsivo, le dipendenze da sesso e dalle relazioni affettive, le dipendenze dal lavoro e alcune devianze del comportamento come l’eccesso di allenamento sportivo (sindrome da sovrallenamento).


Due importanti fattori contribuiscono a determinare la dipendenza: il rinforzo e neuroadattamento.

Il rinforzo è quel costrutto teorico secondo il quale non è solo la sostanza a creare dipendenza, ma anche il contesto che determina l’assunzione, ad esempio l’uso di droghe a feste private, la festa rappresenta il rinforzo, oppure la partecipazione a luoghi dove il consumo sessuale è indotto, come cruising o luoghi privati, il contesto diventa il rinforzo.

Il neuroadattamento, invece, riguarda il processo per il quale i neuroni si adattano alla situazione e alla sostanza, quindi, l’eccitamento si abbassa e viene richiesta più sostanza o comportamenti annessi (sesso, o consumo di cibo o compulsività all’acquisto, ecc.).


Così anche cibo, internet, gioco d’azzardo, sesso, over esposizione all’allenamento sportivo, vengono classificati come oggetti e comportamenti che possono, almeno temporaneamente, alleviare lo stress psichico e dunque svolgere una funzione di sostegno (funzione materna) che l’individuo non è in grado di fornire a se stesso.

“Il risultato è che questi oggetti dipendenze prendono il posto degli oggetti transazionali dell’infanzia, e allo stesso tempo liberano l’individuo dalla totale dipendenza dalla presenza materna” (Mc Dougall).

Ovviamente non rimane una soluzione sostenibile in quanto offrono solo un sostegno temporaneo e non viene introiettata la possibilità di sicurezza o svago che la sostanza o atti della dipendenza offrono in una fase iniziale.


Per esempio, per il dipendente affettivo, connotato dal “non essere abbastanza”, dal “non essere sufficientemente degno di amore”, l’atto di acquisto riempie il buco, gli permette di avvicinarsi a quanto egli stesso immagina nella sua mente come persona completa.

Per quanto riguarda il controdipendente, egli avrà sempre in mente l’idea di essere rincorso, alimentando così la sua parte narcisista, e in questo contesto l’atto di acquisto aumenta la prestazione e l’immagine di sé, aumenta la sua individualità. Mette, inoltre, un ostacolo, a volte rappresentato dall’acquisto come status simbol, tra se stesso e l’ambiente, creando così quella distanza che gli permette di stare distaccato dalle proprie emozioni.


Ti sei riconosciuto in uno dei casi citati? Hai sentito, durante la lettura, qualche tensione o rinnego?

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